Bianco guerra Blu tempesta

BIANCO GUERRA BLU TEMPESTA

Installazione


La guerra la si fa, la si subisce, la si maledice o la si celebra;
come il destino, non la si giudica.
Solo il silenzio le corrisponde…

Rachel Bespaloff

Scheda

 

BIANCO GUERRA BLU TEMPESTA è un progetto destinato ai musei e ai Festival.
Nasce dalla composizione di due lavori dedicati alla guerra, la cui condizione di smarrimento è un’ossessione ricorrente.Il primo lavoro è NOTIZIE STRAORDINARIE DA UN ALTRO PIANETA, un progetto già messo in scena nel 2004, il secondo BLU TEMPESTA, una nuova produzione ispirata all’ILIADE, che conserva le tracce di un percorso su LA TEMPESTA di W. Shakespeare.
Due opere da allestire in più sale museali: la prima prevede un aspetto performativo con pubblico disposto sui tre lati dell’installazione, la seconda viene fruita direttamente in uno spazio adiacente.

NOTIZIE STRAORDINARIE DA UN ALTRO PIANETA Azione teatrale per macchine da guerra
È una performance messa in scena alcuni anni fa, proprio per spazi museali: un’installazione con movimenti scenici prodotta in collaborazione con il Teatro Spazio Reno di Bologna, in occasione del Festival Internazionale del teatro di Figura svoltosi al Centro Culturale Nazionale di Belgrado nel 2004 (nell’ occasione la performance ha vinto il 1° premio della giuria) e poi rappresentata in altri Festival in Europa: al Centro Cultural de Belém (CCB) di Lisbona, al Centro Museale Pecci di Prato e alla Galleria d’Arte Contemporanea di Modena.
È un semplice e delicato lavoro sul tema della guerra scoppiata nei Balcani in quegli anni, ideato a partire da una frase emblematica di Hermann Hesse: “LA GUERRA NON È DI NESSUNO VIENE DA SOLA, COME LA BUFERA O IL LAMPO”, che assume un valore sempre più paradossale nei pensieri di noi abitanti capaci di devastare con orrore la bellezza del nostro pianeta.
Lo spettacolo-performance è un gioco antico che si muove silenzioso in un luogo bianco, dolcemente sconnesso, che può sembrare un lago di sale, o una valle lunare; niente alberi, nessun animale. Una luce bianca, diffusa, potente, invariata, totale. Nessuna traccia di umani. Molte macchine, dalle forme che ricordano vagamente coleotteri, animali da cortile, cani, leopardi, ma anche missili, camion, blindati, cannoni, perlustrano questo deserto, sembrano cercare qualcosa o qualcuno, sono inquiete come animali che sentono il tempo, ma poi rumorosamente si schierano in posizione di combattimento, si spostano in colonna, si ritirano, o procedono all’attacco. Attendono…
La performance ha una durata di circa 30 minuti e si sviluppa con il pubblico disposto sui tre lati dell’installazione.

BLU TEMPESTA
Si ispira da un lato all’ILIADE di Omero ed al commento che ne fa Simone Weil, e dall’altro trova fonte anche ne LA TEMPESTA, meraviglioso frutto dell’immaginazione di W. Shakespeare: c’è una possibile connessione e collusione tra queste due opere, metafore dell’esistenza umana e del naufragio in cui navighiamo. Questa seconda sezione della performance prevede un’installazione di circa 150/200 minuscole barche sostenute da semplici legni naturali ed appese a fili intrecciati tra loro.

La guerra è inseparabile dalla giovinezza, dai corpi che seduce per poi annientare. La guerra è la rivelazione della solitudine nel mezzo dell’azione collettiva (Rachel Bespaloff, 1943)
Le figure che in questa forma perdono l’aspetto reale, risultano fluttuanti perché sospese in equilibrio precario e instabile. L’immagine totale è avvolta da fondali teatrali molto grandi, distesi a terra, che riflettono luce ed ombra delle piccole barche bianche.Ne nasce una sorta di coreografia dell’assenza, determinata dalla precarietà sia dei movimenti che degli oggetti, che devono sopportare il passaggio di un pubblico ed anche l’impercettibile movimento dovuto alla tensione ed alla sospensione dei fili.
In questa seconda sala espositiva non sono previste azioni teatrali. Solo piccole luci, dalla breve vita perché legata alla durata delle minuscole pile che le animano. Disposti sotto i rami che sospendono le barche, questi piccoli segnali di luce segnano, inquadrano e disegnano costellazioni luminose sul fondale a terra.
Sono tracce di vita mentre nulla di umano e corporeo appare in questo paesaggio.La vita è ai margini e gli oggetti determinano una drammaturgia teatrale cristallizzata da leggerissime dinamiche interne.
Lo spettatore-visitatore ne percepisce la disarmonia e le misteriose connessioni, attraversando solitario lo spazio di questo mondo. Suoni e testi muti avvolgono la composizione.

Antonio Panzuto, “artista della scena”, vince nel 2020, come scenografo il Premio Nazionale dei Critici di Teatro e nel 2016 il Premio Le Maschere del Teatro come miglior scenografo Italiano per lo spettacolo IL DESERTO DEI TARTARI di Dino Buzzati, prodotto dal Teatro Stabile Nazionale del Veneto.Il suo lavoro sul palcoscenico si caratterizza per l’uso materico di pittura astratta e di video installazioni su grandi fondali. Progetta e produce performance e installazioni, in cui agisce come muto manovratore di macchine teatrali, sculture in movimento ed elaborate marionette azionate a vista, in un complesso groviglio di fili. I suoi lavori sono stati presentati in numerosi Festival e Musei Internazionali.